L’arrivo di ChatGPT dentro Siri non ha prodotto l’effetto traino che OpenAI si aspettava dagli iPhone. Nei documenti depositati in tribunale nell’ambito della causa antitrust ancora aperta contro la società, l’integrazione con Apple viene descritta internamente come sotto le attese e, nel tempo.
Il punto interessante non riguarda solo il rapporto tra due big dell’AI, ma anche un tema molto concreto per chi usa questi strumenti ogni giorno: essere presenti dentro un ecosistema molto diffuso non basta automaticamente a rendere un servizio più usato.
L’integrazione con Siri non ha generato il salto atteso per ChatGPT
L’accordo tra Apple e OpenAI risale a maggio 2024, poco prima della presentazione di Apple Intelligence alla WWDC. ChatGPT è poi diventato uno dei servizi esterni richiamabili tramite Siri, che può inoltrare alcune richieste al modello di OpenAI quando lo ritiene più adatto.
Nei mesi successivi la valutazione interna è rimasta negativa. A marzo 2026 il progetto veniva ancora definito costantemente sotto le aspettative, segno che il cosiddetto effetto iPhone non si è trasformato in una spinta concreta né in termini di adozione né sul fronte degli abbonamenti.
Il modo in cui Apple ha inserito ChatGPT dentro Siri ha limitato la spinta iniziale
Uno dei nodi principali è il tipo di integrazione scelto da Apple. ChatGPT non è attivo di default e deve essere abilitato dall’utente, inoltre il suo utilizzo passa dalle regole fissate da Siri per affidare la richiesta a un servizio esterno. Nella pratica, per molte persone può risultare più semplice aprire direttamente l’app di ChatGPT invece di passare dall’assistente vocale.
C’è poi un altro aspetto importante per capire il valore dell’accordo. OpenAI non poteva usare le interazioni generate tramite Siri per raccogliere dati sugli utenti o addestrare i propri modelli. Questo significa che il ritorno della partnership dipendeva soprattutto dalla capacità di trasformare la presenza su Apple in nuove registrazioni e, in una parte dei casi, in utenti paganti.
Un accordo non esclusivo lascia Apple libera di ampliare la strategia AI
OpenAI aveva chiesto inizialmente un periodo di esclusiva reciproca di due anni, proposta che Apple ha respinto. Il contratto finale è rimasto non esclusivo e ha lasciato Cupertino libera di integrare altri servizi AI o di sviluppare soluzioni proprietarie.
Nel frattempo Apple ha avviato anche una collaborazione con Google per usare Gemini e altre tecnologie di Mountain View nello sviluppo della nuova generazione dei propri modelli e di alcune funzioni della nuova Siri. Il caso giudiziario da cui emergono questi dettagli nasce dalle accuse di limitazione della concorrenza mosse da X Corp e SpaceXAI.

