Diversi atenei in Stati Uniti, Europa e altri mercati stanno limitando o sospendendo l’uso dei tool per il rilevamento dei testi generati dall’intelligenza artificiale.
Il caso che ha riacceso il dibattito riguarda uno studente dell’Adelphi University, accusato di aver consegnato un elaborato scritto con AI dopo che Turnitin aveva indicato una probabilità del 100%.

Il caso Adelphi mette in discussione l’affidabilità dei rilevatori AI
Lo studente Orion Newby è stato accusato dall’Adelphi University di aver violato le regole di integrità accademica dopo che il sistema Turnitin aveva classificato il suo elaborato come probabilmente generato da AI. In tribunale, però, sono emersi risultati opposti ottenuti con altri strumenti, che attribuivano al testo una probabilità pari a zero.
Il punto tecnico è importante: il responso di Turnitin non rappresenta una prova certa, ma un punteggio probabilistico. Proprio questa natura statistica del risultato sta creando forti dubbi sull’uso dei detector come base decisiva nelle contestazioni accademiche, soprattutto quando le conseguenze per gli studenti possono essere pesanti.
- Turnitin aveva indicato una probabilità di 100% di testo generato da AI.
- Altri detector presentati nel caso riportavano invece una probabilità di 0%.
- Il tribunale di New York, a gennaio, ha dato ragione allo studente.
- La decisione ha evidenziato criticità procedurali e uso improprio del risultato automatico.
Sempre più atenei stanno fermando o riducendo l’uso dei detector AI
La reazione non riguarda un singolo campus. Università come Vanderbilt, Yale, Johns Hopkins, Northwestern, Waterloo, Cape Town e Curtin hanno già limitato o interrotto l’impiego dei detector AI nelle verifiche accademiche. Il messaggio che emerge è piuttosto netto: l’accuratezza attuale non basta per affidare a questi strumenti un ruolo centrale nei procedimenti disciplinari.
Anche i responsabili del settore sottolineano che il detector dovrebbe essere solo un punto di partenza. La stessa Turnitin ribadisce che il risultato va letto come elemento di indagine e non come prova finale.
- Hanno limitato o sospeso l’uso dei detector atenei negli Stati Uniti, in Canada, Sudafrica e Australia.
- Molti esperti ritengono che il detector possa essere usato solo come supporto investigativo.
- Turnitin definisce i propri risultati come riferimento iniziale, non come prova definitiva.
- Sta crescendo l’interesse verso strumenti che analizzano il processo di scrittura invece del solo elaborato finale.
Il vero problema non è solo il detector, ma il modello di valutazione
La pressione sulle università cresce anche perché l’uso scorretto dell’AI da parte degli studenti esiste davvero. Una ricerca condotta su oltre 6.600 studenti in sette università britanniche mostra che il 32% degli intervistati ha ammesso un utilizzo improprio dell’AI in esami o compiti. Però il nodo resta la qualità dello strumento scelto per identificare questi casi e la correttezza delle regole applicate.
Docenti ed esperti stanno spingendo verso formule di valutazione diverse, come discussioni orali, tracciamento del processo di scrittura e prove pensate per misurare capacità critiche reali.
- In una ricerca su 7 università britanniche, il 32% degli studenti ha ammesso un uso improprio dell’AI.
- Uno studio su 163 università britanniche ha rilevato che oltre il 40% non pubblica policy consultabili sull’uso dell’AI.
- Un sondaggio HEPI su 1.054 studenti riporta che il 42% usa meno strumenti AI per timore di essere accusato ingiustamente.
- Le criticità segnalate includono bias verso i non madrelingua e meccanismi percepiti come black box.

